sabato 21 settembre 2013

JOHANN SEBASTIAN BACH: Il Magnificat


Il Magnificat è un cantico contenuto nel primo capitolo del Vangelo di Luca con il quale Maria loda e ringrazia Dio, perché si è benignamente degnato di liberare il suo popolo. Per questo è conosciuto anche come cantico di Maria.
Magnificat è la prima parola che Maria pronuncia rispondendo al saluto della cugina Elisabetta, al momento del loro incontro, dando origine a un cantico di ringraziamento e di gioia.
Il cantico individua in tre fasi diverse la storia della salvezza interpretata alla luce dei nuovi avvenimenti che si stanno realizzando: nella prima parte (vv.48-50) viene esaltata la bontà dell'Onnipotente e la disponibilità di chi accetta di condividere il suo disegno; nella seconda parte (vv. 51-53) si annuncia un capovolgimento di prospettiva: la fedeltà del Salvatore, che ha già dato storicamente prova della sua bontà, non è una fumosa speranza utopica; nella terza parte (vv. 54-55) si prende coscienza che le promesse fatte ad Israele stanno trovando il loro compimento: Gesù è la pienezza ed il compimento della salvezza promessa.
La prima versione musicale del Magnificat, opera BWV 243 in re maggiore, ad opera di Johann Sebastian Bach, risale al 1723. La versione era in mi bemolle maggiore.
Bach si era appena trasferito a Lipsia, dove aveva accettato il ruolo di Kantor presso la Thomaskirche. I suoi compiti, descritti minuziosamente nel contratto, comprendevano quello di "portare a buon livello la musica nelle due chiese principali della città" e contemporaneamente di "istruire diligentemente i ragazzi non solo nella musica vocale ma anche in quella strumentale, affinché le chiese non dovessero sostenere costi non necessari". La situazione nella realtà era ancora più difficoltosa: la famiglia Bach si trasferì nella Thomasschule, un’istituzione agostiniana con lo scopo di dare una formazione generale ai ragazzi poveri. Come se non bastasse, Bach era costretto ad accettare allievi con scarsissime doti musicali e ad arrangiarsi per la parte strumentale, nonostante la richiesta di qualità fosse altissima: Bach doveva, infatti, comporre una cantata per ogni domenica e giorno festivo, per accompagnare la funzione religiosa e tutte le musiche per gli Accidentem (matrimoni, funerali, feste) e le cerimonie. Il caso della prima versione del Magnificat è emblematico: composto per i Vespri del suo primo Natale a Lipsia, quest'opera "scintillante, forte, tenera, sensuale, composta di dodici brevi sequenze di affascinante diversità che costituiscono la migliore delle introduzioni all'opera di Bach è un'opera di difficile esecuzione. E oggi ci si può chiedere come Bach sia riuscito a ottenere dai suoi giovani dilettanti, coristi e solisti, la perfezione - su cui non transigeva - nell'esecuzione dello scintillante primo coro e del Gloria finale, dell'Omnes generationes o ancora del trio Suscepit Israel in cui gli oboi all'unisono fanno intendere il Magnificat gregoriano del 9° tono". (Roland de Candé, Johann Sebastian Bach, Studio Tesi, Pordenone 1990). Nel periodo tra la prima e la seconda versione del Magnificat (che risale più o meno agli anni tra il 1728 e il 1731), Bach mette al mondo otto figli e ne perde quattro. Le poche testimonianze sulla sua vita mettono comunque in evidenza questa capacità di lavorare indefessamente anche se circondato da grandi difficoltà interiori e pratiche: "Anziché abbatterlo, le difficoltà sembrano rafforzarlo. Affronta il mondo in blocco con convinzione e lucidità, realizzando uno splendido equilibrio tra affettivo, mentale e sensuale...". Compone velocemente, a tavolino, ed è sempre puntuale. Spesso rielabora, trasformando ad esempio cantate profane in cantate sacre, rimescolando con un'inventiva che lo porta in ogni sua opera a nuove scoperte. La seconda versione del Magnificat, in re maggiore (tonalità che meglio si addice alle trombe), ha differenze di strumentazione (i flauti a becco sono sostituiti da flauti traversi) e non presenta i quattro cantici, due inni latini e due cantici luterani, che intervallavano il Magnificat in mi bemolle. Rimane comunque una composizione ricca e trionfale, composta da arie e cori brevi senza da capo, lontano dallo spirito declamatorio degli oratori e delle passioni, ma con forti elementi di spettacolarità: il coro (Omnes generationes) che interrompe l'aria di soprano (Quia respexit), l'esuberanza del coro iniziale e del Gloria finale, "l'esplosione del Fecit potentiam e il tenero e sublime Suscepit Israel...".
Il Poeta
Il testo da cui trasse ispirazione il compositore tedesco è di San Luca evangelista, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa e considerato l’autore del Vangelo secondo Luca e degli Atti degli Apostoli, il terzo ed il quinto libro del Nuovo Testamento.
Luca era nato ad Antiochia da famiglia pagana ed esercitava la professione di medico. Il suo emblema era il bue. Morì all'età di 84 anni e sarebbe stato sepolto a Tebe, capitale della Beozia. Secondo quando riportato da San Girolamo (De viri ill. VI, I), le sue ossa furono trasportate a Costantinopoli nella famosa Basilica dei Santi Apostoli. Le sue spoglie giunsero poi a Padova, dove tuttora si trovano nella basilica di santa Giustina; solo la testa è invece conservata a Praga. L'opera lucana è scritta in un greco colto e merita una certa attenzione anche come opera letteraria della grecità. Lo stile narrativo del vangelo si presenta più elaborato di quello degli altri vangeli e rivela un’ indagine compositiva senza eccessi.
Il Compositore
Johann Sebastian Bach nasce il 14/03/1685 a Eisenach da una famiglia di musicisti.  A 10 anni rimane orfano e viene educato dal fratello maggiore che gli impartisce lezioni di organo e clavicembalo.
Nel 1700 si trasferisce a Luneburg, dove entra a far parte del coro della Michaeliskirche come corista. Dopo essere stato per poco tempo violinista presso la corte di Sassonia - Weimar, nel 1703 diviene organista titolare di S. Bonifacio ad Arnstadt e, in breve tempo, diventa famoso.
Nel 1705 intraprende un viaggio a piedi, poi diventato leggendario (400 km), per andare a Lubecca ad ascoltare l'allora famoso organista D. Buxtehude, che Sebastian ammirava particolarmente per le sue composizioni. Bach si stabilisce a Weimar e qui compone un gran numero di pezzi per organo e le Cantate, poco apprezzate dai contemporani, che lo stimano invece come  organista, seguendo in massa i concerti che tiene dal 1713 al 1717 a Dresda, Halle, Lipsia e in altri centri.
Nel 1717 assume la carica di maestro di cappella alla corte riformata del principe Leopoldo di Anhalt-Cothen a Kothen, con l'incarico di comporre Cantate d'occasione e musiche concertistiche.
Nel 1723 si trasferisce a Lipsia e accetta il posto di Kantor nella chiesa di S. Tommaso, compone un gran numero di Cantate Sacre e le celeberrime grandi Passioni, ritornando alla musica strumentale solo verso il 1726.
Dal 1729 al 1740 Bach è direttore del Collegium Musicum universitario per il quale continua la sua opera di compositore di musica per clavicembali e musica strumentale varia.
Nel 1747 il re Federico II di Prussia lo invita a Potsdam, riservandogli grandi onori e assistendo ammirato alle sue magistrali improvvisazioni. Verso il 1749 la salute del compositore comincia a declinare, la vista si affievolisce sempre più e, diventato cieco, detta la sua ultima, immensa composizione (rimasta purtroppo incompiuta) l'Arte della fuga.
Muore a Lipsia il 28 luglio 1750. La sua musica (pubblicata in 59 volumi), viene riscoperta solo nel 1829, grazie ad un'esecuzione di Mendelssohn della Passione secondo Matteo.
Lo Stile
Bach, esponente della famiglia di musicisti tedeschi più nota ai suoi tempi (il cognome "Bach" era addirittura usato come sinonimo di "musicista di corte"), operò una sintesi mirabile fra lo stile tedesco, francese e le opere dei compositori italiani, dei quali trascrisse numerosi brani, assimilandone soprattutto lo stile concertante. Bach, infatti, era capace di cogliere e utilizzare ogni risorsa del linguaggio musicale disponibile al suo tempo. Sapeva combinare in una sola composizione la configurazione ritmica di una danza francese, la levità della melodia italiana e la complessità del contrappunto tedesco. Egli valorizzava inoltre al massimo l'importanza che ogni voce e ogni strumento aveva per l'insieme. Quando la musica era associata a un testo, essa seguiva da vicino ciò che veniva espresso verbalmente: così una melodia ondeggiante poteva rappresentare il mare e un canone raffigurare l'adesione dei fedeli agli insegnamenti del Cristo. La musica, sempre aderente al testo, lo nobilita immensamente con la propria espressività e intensità spirituale. La maestria nel valutare e sfruttare i mezzi, gli stili e i generi del suo tempo gli permetteva di ottenere straordinarie trasposizioni di linguaggio. Bach era in grado, ad esempio, di trasformare una composizione italiana d'assieme, come un concerto per violino, in un convincente pezzo per strumento solista. La sua tendenza per le costruzioni complesse trovò la massima espressione nelle numerose opere per clavicembalo e organo. Con raffinati espedienti egli riuscì a scrivere in modo polifonico persino per strumenti melodici come il violino e il violoncello. L'enorme sapienza tecnica e la potente espressività della musica di Bach sono gli indubbi elementi della sua grandezza. La sua opera costituì la summa e lo sviluppo delle svariate tendenze compositive della sua epoca; il grado di complessità strutturale, la difficoltà tecnica e l'esclusione del genere melodrammatico, tuttavia, resero la sua opera appannaggio solo dei musicisti più dotati, e ne limitarono la diffusione su larga scala.

GAETANO DONIZETTI: “Raggio d’amor parea”


Raggio d’amor parea

nel primo april degli anni

Ma quanto bella ell’era

maestra era d’inganni

Sul volto avea le rose

le spine ascose in cor.

vieni, l’antico amore m’arde le fibre,

ingrata, vieni, mi mi svena il core,

tiranna idolatrata,vieni, mi svena, ingrata,

così morrei d’amor.

Testo e Musica

Nel brano, che presenta una certa drammaticità, si alternano nobiltà e dolore, attraverso un sapiente uso del legato e di frasi spezzate, testimonianza della capacità raggiunta ormai da Donizetti nel padroneggiare le risorse sia armoniche sia melodiche. La melodia fu composta quando Donizetti era ancora studente, ma poi venne riutilizzata ed inserita nell’opera Ugo conte di Parigi, nel 1832, e poi anche ne Il furioso all’isola di San Domingo (1833), proprio su libretto di Jacopo Ferretti, da una commedia anonima su Don Quixote.

Poeta

Il poeta che compose il testo da cui trasse ispirazione il compositore lombardo fu Jacopo Ferretti. Nato a Roma il 16 luglio 1784, egli fu un letterato estremamente prolifico nei generi più disparati, scrisse anche numerosi libretti d'opera, tra gli altri per Rossini, Donizetti, Zingarelli, Mayr, Mercadante e Pacini. Introdotto precocemente dal padre allo studio della letteratura, Ferretti, già in giovane età, padroneggiava, oltre al latino ed al greco antico, anche l'inglese ed il francese ed iniziò anche molto presto a verseggiare: sebbene, intorno ai trent’anni, trovasse impiego presso la manifattura tabacchi (occupazione che svolgerà praticamente per tutta la vita), ebbe tuttavia modo di essere uno scrittore estremamente prolifico, spaziando fra i diversi generi, fino ai più curiosi – dalle lettere d’amore ai discorsi d’augurio e benvenuto; la sua fama rimane comunque legata ai libretti d’opera, anche se molti di essi sono ad oggi dimenticati. In tale campo, il suo maggiore successo è senza dubbio il libretto de La Cenerentola, ossia la bontà in trionfo, scritto per essere messo in musica da Gioacchino Rossini. In verità l'opera, il cui debutto avvenne il 25 gennaio 1817, ebbe una prima accoglienza alquanto fredda ma, dopo le prime repliche, altrettanto sfortunate, crebbe rapidamente in popolarità e, anche internazionalmente, conobbe un successo tanto travolgente da essere preferita allo stesso Barbiere, almeno per tutto l'Ottocento. Malgrado alla fine le parole del compositore si avverassero in pieno, la collaborazione fra i due non andò però molto avanti: Ferretti scriverà per il maestro pesarese un solo altro libretto la Matilde di Shabran nel 1821. Quantitativamente maggiore fu invece la collaborazione con il maestro Gaetano Donizetti per cui Ferretti, fra il 1824 ed il 1833, scrisse ben cinque libretti: Zoraide di Grenata, L’ajo nell’imbarazzo, Olivo e Pasquale, Il furioso nell’isola di San Domingo e Torquato Tasso. Ferretti aveva sposato una cantante, Teresa Terziani, figlia del - all’epoca assai noto - compositore Pietro: la loro casa era quindi ritrovo di poeti e di musicisti fra i quali, appunto, Donizetti di cui Ferretti, oltre che collaboratore, fu buon amico. Sul versante delle amicizie letterarie, Ferretti poté vantare non solo l’amicizia ma, in seguito, anche l’affinità, con uno dei più grandi personaggi della cultura letteraria romana ed italiana dell’Ottocento: Giuseppe Gioachino Belli – più giovane di sette anni e suo consocio prima all’Accademia degli Elleni (di cui Ferretti fu fra i soci fondatori) e poi in quella Tiberina - sarebbe diventato infatti consuocero di Ferretti, avendo suo figlio Ciro Belli sposato la prima delle tre figlie del poeta, Cristina (a lei Belli, suocero affezionatissimo, dedicherà l’ultimo dei suoi 2279 sonetti romaneschi). Proprio da una lettera di Belli del 10 marzo 1852, si desume la morte del poeta dopo “lunghissima e tormentatissima infermità di 11 mesi e quasi un mese di aspra agonia”.

Compositore: alcune informazioni fondamentali.

Gaetano Donizetti nacque a Bergamo nel 1797 da una famiglia di umile condizione, fu ammesso alle lezioni caritatevoli di musica tenute da Johann Simon Mayr e dimostrò ben presto un talento notevole, riuscendo a rimediare alla modesta qualità della voce con i progressi nello studio della musica. Fu proprio Mayr ad aprire all'allievo prediletto le possibilità di successo curandone prima la formazione ed affidandolo poi alle cure di Stanislao Mattei. A Bologna, dove proseguiva gli studi musicali, Donizetti scrisse la sua prima opera teatrale, Il Pigmalione, che sarà rappresentata postuma, e interessanti composizioni strumentali e sacre. Ancora il maestro Mayr, insieme all'amico Bartolomeo Merelli, gli procurò la prima scrittura per un'opera al Teatro S. Luca di Venezia: andrà in scena Enrico di Borgogna il 19 novembre 1818. Conclusa l'esperienza veneziana, il compositore fu a Roma, presso l'impresario Paterni, come sostituto di Mayr. Successivamente si recò a Napoli per supervisionare l'esecuzione di Atalia di Mayr, oratorio diretto da Gioachino Rossini. A Napoli venne assunto dall'impresario Barbaja e debuttò il 12 maggio del 1822 con La zingara, opera semiseria su libretto del Tottola. In sala era presente Vincenzo Bellini, che rimase ammirato dalla scrittura contrappuntistica del settimino. Questo periodo fu caratterizzato dalle numerose farse. La lettera anonima, andata in scena nel giugno del 1822 al Teatro del Fondo, attirò l'attenzione della critica, che apprezzò la padronanza con cui Donizetti affrontò il genere buffo napoletano. Il contratto con Barbaja lo impegnò per quattro opere l'anno. Il periodo che seguì fu caratterizzato da un periodo di crisi, che Donizetti superò grazie alla collaborazione di Jacopo Ferretti, il quale lo aiutò a delineare uno stile personale. L'amicizia e la collaborazione professionale con Ferretti durarono a lungo, destando in lui il gusto per la parola e rassicurandolo sulla possibilità di scrivere libretti anche da solo. Negli stessi anni dovette preoccuparsi del mantenimento della moglie Virginia, sposata nel 1828, ed ebbe il dolore della perdita del figlio primogenito. La produzione fu spesso di routine. Fu nel 1830, con Anna Bolena, scritta in soli trenta giorni per il Teatro Carcano di Milano, che Donizetti ebbe il primo grande successo internazionale, mostrando una piena maturità artistica. Di qui in poi, la vita professionale di Donizetti proseguì a gonfie vele, anche se non mancarono i fiaschi, intrecciati a vicende famigliari che non gli risparmiarono alcun dolore, spesso nei momenti di maggior gloria. Ricevette poi l'invito di Rossini a scrivere un'opera per il Théâtre des Italiens di Parigi: nacque il Marin Faliero, su libretto di Bidera (da Byron), risistemato da Ruffini, che andò in scena il 12 marzo 1835 senza successo. Nel 1982, al Teatro San Carlo di Napoli, vi fu la prima di Lucia di Lammermoor, su versi di Salvadore Cammarano, che fu un grandissimo trionfo. L'opera è considerata un capolavoro, come al solito scritto in tempi ristrettissimi (trentasei giorni). Presto Donizetti si decise a lasciare Napoli: i problemi con la censura per il Poliuto (che alla fine non andò in scena, e fu rappresentato solo dopo la morte del compositore) e la mancata nomina a direttore del Conservatorio (di cui era direttore effettivo) sicuramente lo rinsaldarono nei suoi propositi, e in ottobre era già a Parigi. Qui era ad accoglierlo l'amico Michele Accursi. In quegli anni le sue opere furono rappresentate ovunque, sia in traduzione che in lingua originale presso il Théâtre des Italiens. Scrisse La fille du Régiment, che debuttò all'Opéra-Comique nel febbraio del 1840, e preparò una versione francese del Poliuto, intitolata Les martyrs. L'anno seguente scrisse La favorita, riciclando pagine di un'opera mai conclusa: L'ange du Nisida. Ricevette anche l'importante nomina a cavaliere dell'Ordine di S. Silvestro da parte di  papa Gregorio XVI, ma fu l'invito di Rossini a dirigere l'esecuzione dello Stabat Mater a Bologna l'avvenimento più significativo. Quindi, grazie ad una raccomandazione per Metternich vergata da Rossini stesso, Donizetti partì alla volta di Vienna, dove il 19 maggio presentò Linda di Chamounix. Si era ormai giunti al 1843, anno di composizione del Don Pasquale. Furono gli ultimi momenti di grande fervore creativo, poi la malattia ebbe il sopravvento. Dalla penna del Maestro uscirono ancora Dom Sebastien, che ottenne grande successo a Parigi, e Caterina Cornaro, che fu fischiata, con gran delusione di Donizetti, a Napoli. Poi la pazzia, provocata dalla  sifilide, lo fece rinchiudere nel manicomio di Ivry, da cui uscì solo qualche mese prima della morte.

BENJAMIN BRITTEN: The Serenade

Composta nel 1943, la Serenata fu pensata in seguito al fascino che esercitò Brian, un cornista 22enne della RAF Orchestra, sul compositore inglese Benjamin Britten.
Britten parlò a lungo con lo strumentista, per scoprire tutte le possibilità tecniche del suo strumento a fiato e il Prologo della serenata è proprio un esito di queste discussioni.
Il corno, infatti, suona senza accompagnamento, impiegando solo i suoi armonici naturali, senza l’utilizzo dei tasti.
Peter Evans, nel suo libro The Music of Benjamin Britten (1989), fa notare che questa musica celebra l’ordine naturale di tutte le cose e magnifica un mondo in cui le leggi naturali sono rispettate.
Molti critici sostengono che Britten, per l’atmosfera di questo brano, prese l’ispirazione dal paesaggio del Suffolk. The Pastoral, che costituisce il primo song, presenta un testo del poeta Charles Cotton (XVII secolo), che è proprio una descrizione di questo paesaggio.
In questo primo frammento, il corno suona semplici frasi diatoniche, mentre il tenore solista intona una melodia malinconica.
Il secondo brano è su testo del poeta Tennyson; in esso il corno è utilizzato per citare i corni descritti proprio nel testo poetico.
Edward Sackville-West, amico di Britten, in un articolo per Horizon dichiarò che il tema principale di questo secondo brano era la notte, con le sue ombre che si allungano e i corni lontani al tramonto. La notte, col suo colore scuro, rimanda anche al manto del male, rappresentato proprio dal verme nel cuore della rosa (descritto nel terzo brano) e al senso del peccato.
Il senso di questo peccato è descritto poi, esplicitamente, nella Elegy, in cui il corno che presenta ottave ed intervalli perfetti. Britten introduce, per la prima volta, cromatismi e in poche battute presenta tutte le 12 note della scala cromatica. Il risultato finale è quello di evocare un paesaggio pastorale, stranamente disturbato.
Dopo l’intervento della voce, che ricorda più un recitativo, il corno riprende il suo vagabondaggio tra le 12 note.
Segue il brano che per molti rappresenta un Dies irae o una danza della morte. Si tratta di Dyrge, su un testo del XV secolo, che descrive cosa attende l’uomo dopo la morte.
Il cantante, con la sua melodia acuta, esprime il terrore mortale del giudizio. Viene a questo punto presentata l’invocazione di Jonson a Diana, dea della luna.
L’ultimo brano è una sorta di ninna nanna che conduce all’oblio. Il corno non suona durante l’ultimo brano, mentre ricompare nell’epilogo, fuori scena, e i suoi suoni “naturali” risultano quasi inaccessibili e ricordano una distante memoria dell’innocenza.
Britten scelse anche un settimo brano per questa raccolta su testo di Tennyson: Now sleeps the crimson petal, now the white, che però fu poi abbandonato.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE: guida per gli studenti.


Le cause che determinarono lo scoppio del conflitto devono essere cercate, soprattutto, nel modo in cui si era conclusa la prima guerra mondiale, con i trattati di Versailles e possono così essere sintetizzate:

1.      Le durissime condizioni di pace imposte alla Germania fecero nascere, tra i tedeschi, un nazionalismo esasperato; fu così che Hitler, approfittando del risentimento del popolo tedesco, riuscì ad assumere il controllo totale della Nazione e, ignorando i vincoli imposti dal Trattato di Versailles, il 16 marzo 1935 riarmò l'esercito tedesco.

2.     In Europa si affermarono dei regimi dittatoriali (Nazismo, Fascismo, Franchismo), caratterizzati da politiche aggressive;

3.     L’imperialismo del Giappone in estremo oriente iniziò a preoccupare tutto il mondo;

4.     Una serie di alleanze strategiche fra le varie nazioni crearono molte tensioni:  l’Asse Roma – Berlino, ovvero l’alleanza tra l’Italia e la Germania (1930); il Patto Antikamintern (1936), grazie al quale il Giappone si alleò con la Germania; il Patto d’Acciaio (1939), ovvero l’alleanza militare e politica fra Italia e Germania; l’ alleanza fra Unione Sovietica (URSS) e Germania, con il Patto Molotov-Ribbentrop (1939).
Nel 1939 Hitler invase l’Austria e, subito dopo, la Cecoslovacchia.

L’Italia realizzò l’annessione dell’Albania e , nello tesso anno, il Giappone aggredì la Cina. Il 23 agosto 1939, la Germania invase la Polonia.
L’ Inghilterra e la Francia non poterono più stare a guardare: iniziò, così, la seconda guerra mondiale.

Conquistata la Polonia, Hitler occupò la Danimarca e la Norvegia e, dopo aver rafforzato la sua posizione sul mare del nord, attaccò la Francia (1940). 
Per evitare la linea Maginot (linea di confine con la Francia) Hitler occupò il Belgio e l’Olanda e in breve giunse a Parigi.

Nel 1940, esaltato dai successi di Hitler, Mussolini entrò in guerra a fianco della Germania.
Hitler divise la Francia in due: la parte a nord era occupata dai tedeschi, quella a sud era stata affidata a un governo francese, filo nazista, guidato dal Maresciallo Retain.
Nel 1940, con il Patto Tripartito, stipulato fra Germania, Italia e Giappone, le tre nazioni si spartiscono i compiti di occupazione:

-       L’Italia doveva conquistare il bacino del mediterraneo;

-       La Germania doveva occupare l’Europa continentale;

-       Il Giappone doveva occuparsi invece dell’India.

Gli italiani, allora, attaccarono gli inglesi anche nelle colonie d’Africa e in Grecia. Furono tutti degli insuccessi!

Per risolvere la situazione, i tedeschi, fra cui il famoso generale Rimmel, soprannominato “la volpe del deserto”, intervennero in aiuto degli italiani.         
A questo punto Hitler meditò di invadere l’Inghilterra, ma non riuscì mai a realizzare il suo progetto. Per questo motivo, il 22 giugno 1941, attaccò la Russia, firmando la sua condanna. Dopo diverse esaltanti vittorie, i tedeschi dovettero arrendersi di fronte al rigido freddo dell’inverno russo.

Il 6 dicembre i sovietici, su ordine di Stalin, contrattaccarono e, dopo pochi giorni, le avanguardie corazzate tedesche si ritirarono, lasciando sul terreno una quantità di veicoli e armamenti resi inutilizzabili dal gelo.       
Determinante per la risoluzione del conflitto,  fu l’entrata in guerra degli USA a causa di un attacco a sorpresa dei giapponesi (1941) alla flotta di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii, Pacifico, dove 8 corazzate vennero affondate.

Il 1 gennaio 1942 Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica e altri 23 paesi firmarono la Dichiarazione delle Nazioni Unite, impegnandosi a non perseguire paci separate. Nazioni Unite divenne il nome ufficiale della coalizione anti-Asse, ma il termine più usato per indicare queste potenze rimase quello utilizzato già nella prima guerra mondiale: Alleati.
Nel 1943, gli alleati ebbero diverse vittorie in Africa e questo portò ad avere il controllo del Mediterraneo e ad attuare lo sbarco in Sicilia (1943), che accellerò la caduta di Mussolini.
Mussolini fu fatto arrestare dal re Emanuele III e venne imprigionato sul Gransasso.

Il 25 luglio 1943, il governo italiano passò al maresciallo Badoglio, che firmò subito l’armistizio con gli alleati. Metà dell’Italia era sotto i tedeschi, e l’altra metà era in mano agli alleati. Il re e il governo abbandonarono Roma e si trasferirono a Brindisi, sotto la protezione degli alleati. I tedeschi liberarono Mussolini e lo portano a Salò e da qui ebbe inizio la cosiddetta “Repubblica di Salò”, un nuovo governo fascista.        
Intanto, Rooswelt (USA), Churchill (Inghilterra) e Stalin (URSS) prepararono un piano d’azione contro Hitler, il famoso sbarco in Normandia (6 giugno 1944).
Sul fronte orientale avanzarono i Russi e a questo si aggiunse la resistenza combattuta dai civili dei paesi occupati. I tedeschi, ormai, perdevano terreno su tutti i fronti!
Il 27 aprile 1945, Mussolini venne fucilato dai Partigiani. Hitler si tolse la vita il 30 aprile 1945, due giorni prima che gli alleati arrivassero a Berlino .

La guerra continuava solo nel Pacifico: il Giappone non si arrendeva, così Il presidente americano Truman, succeduto a Roosevelt, ordinò i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, effettuati il 6 e il 9 agosto 1945.        


SCHIERAMENTO DEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE
Hitler: Germania, Italia, Giappone 
Alleati: Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, URSS, Cina, Austria, Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Finlandia, Grecia, Iugoslavia, Norvegia, Olanda, Polonia, Romania, Ungheria, e tutte le colonie di questi stati.

Rimasero neutrali: Spagna, Portogallo, Svizzera

LA SCIENZA E LE IMMAGINI


Gli studi di Leonardo da Vinci, artista che visse un secolo prima del padre della scienza moderna, Galileo Galilei, furono importantissimi per la scienza moderna stessa.

Leonardo, infatti, riteneva che il disegno potesse essere uno strumento indispensabile per studiare la natura e, nel 1482, quando lasciò Firenze per trasferirsi a Milano, dove era vivo l’interesse per la tecnologia, egli cominciò a utilizzare seriamente il suo talento di disegnatore, per studiare l’anatomia umana.

L’artista, però, non si accontentò di saper disegnare l’immagine esterna del corpo; egli, spinto dalla sua viva curiosità, volle scoprire come era fatto il corpo nel suo interno, come funzionavano i muscoli, dove erano situati gli organi interni e così via. È per questa ragione che i suoi disegni divennero sempre più degli strumenti d’indagine scientifica.

Per Leonardo il disegno era addirittura più efficace delle parole ed era in grado di trasmettere  molte più informazioni di un testo scientifico.

L’artista rappresentò ogni parte del corpo umano, come fosse il pezzo di una macchina, con una precisione e una nitidezza impressionanti.

All’epoca, questo metodo di indagine non aveva precedenti. Anche in questo campo, Leonardo anticipò i tempi.

I disegni e le rappresentazioni iniziarono a essere utilizzate, nella ricerca scientifica, solo un secolo dopo gli esempi di Leonardo. Fu solo al tempo di Galileo Galilei, infatti, che si comprese l’importanza della vista, per studiare i fenomeni della natura e l’invenzione del cannocchiale ne permise il perfezionamento e il potenziamento.

La scienza non si sarebbe sviluppata fino ai livelli dei nostri giorni, se non avesse avuto le immagini raccolte dai telescopi e dai microscopi. Appare evidente, quindi, l’importanza dell’intuizione dell’artista toscano, che comprese come lo studio della scienza non potesse basarsi solo sulle parole e sulle formule matematiche, ma avesse bisogno dei disegni e delle immagini.

mercoledì 18 settembre 2013

L'EVOLUZIONE... in pillole


Le specie animali hanno cercato, nel corso del tempo, di adattarsi all’ambiente e il loro aspetto fisico (colore, forma delle zamp, del collo, ecc.) ne è una prova.
Le strisce bianche e nere della zebra, ad esempio, sono probabilmente una forma di adattamento all’ambiente, perché rendono l’animale meno visibile agli occhi dei predatori.
Anche molti predatori si mimetizzano nell’ambiente, grazie al colore del mantello e alla presenza di macchie (come nei leopardi, nei ghepardi, ecc…).
Ma cos’è una specie?
E’ un insieme di individui che presenta le seguenti caratteristiche:
·         Vivono nello stesso ambiente;
·         Si somigliano;
·         Discendono da genitori della stessa specie.
Esiste però una specie che presenta caratteristiche molto diverse in tutto il pianeta, cioè l’uomo.
Carl Von Linnè (Linneo) è il naturalista che più ha contribuito a sviluppare il concetto di specie. Il suo sogno era quello di compilare un catalogo di tutte le specie animali e vegetali che vivono sulla terra.
Egli, nel 1758, ideò la nomenclatura binomia (sistema con doppio nome della specie), ma anche un efficace sistema di descrizione degli esseri viventi, che metteva in evidenza gli aspetti caratteristici e immediatamente visibili di ogni vegetale e di ogni animale
L’idea fondamentale di Linneo era che le specie erano fisse e non si modificavano se non in minima parte. La sua classificazione parte dagli esseri viventi più semplici a quelli più complessi.

VEGETALI
1)      batteri
2)      funghi e muffe
3)      alghe azzurre
4)      diatomee-dinoflagellati
5)      muschi
6)      equiseti
7)      piante senza fiori
8)     piante con fiori (monocotiledoni, dicotiledoni)

ANIMALI
1)      Protozoi
2)      Poriferi
3)      Celenterati
4)      Vermi piatti
5)      Vermi cilindrici
6)      Anellidi
7)      Antropodi
8)      Molluschi
9)      Echinodermi
10)  Pesci
11)  vertebrati

Col passare degli anni e con i nuovi studi, si diffondono varie teorie. Una di queste è che non era vero che le specie fossero fisse e non si modificassero, come sosteneva Linneo.
Lamarck, un giovane naturalista, per esempio, iniziò a sostenere che:
·         in tutti gli esseri viventi esiste una sorprendente capacità di adattarsi all’ambiente
·         la perfezione degli organi è stata raggiunta gradualmente attraverso piccole mutazioni, miglioramenti, nel corso delle varie generazioni.
·         Il graduale miglioramento degli organi ha portato alla nascita di nuove specie diverse da quelle degli antichi progenitori.
Vediamo la teoria di Lamarck riguardo all’allungamento del collo delle giraffe.
Secondo Lamarck, l’allungamento del collo della giraffa era frutto di una spinta interna al miglioramento. Un tempo le giraffe avevano il collo corto; tra queste giraffe, però, ce n’erano alcune che avevano questa spinta interna, che ha portato all’allungamento del loro collo. Il naturista conclude la sua teoria dicendo che tutte le specie animali erano collegate tra loro, perché tutte derivavano da un unico progenitore. Questa teoria, però, non teneva in considerazione l’eredità dei caratteri acquisiti.
Come abbiamo detto esistono diverse teorie che cercano di spiegare il motivo per cui esistano specie animali e vegetali così diverse, ma possiamo individuare due grandi gruppi di teorie:
1)      Le teorie dei VITALISTI, o CREAZIONISTI: le specie sono state create tutte così come le vediamo oggi.
2)      Le teorie degli EVOLUZIONISTI: le specie discendono tutte per evoluzione (sviluppo), da un primordiale e semplicissimo antenato comune.
La teoria dell’evoluzione è stata esposta per la prima volta nel 1859 da Charles Darwin.
Darwin parte dalle teorie degli scienziati che erano venuti prima di lui (Linneo, Lamarck e Cuvier) e individua gli aspetti che per lui sono veri, eliminando quelli che per lui che sono falsi.
LINNEO:
·         Inventa il concetto di specie;
·         Inventa un sistema di classificazione delle specie;
·         Linneo ritiene che le specie siano frutto di una creazione;
·         Le specie si mantengono uguali nel tempo.
LAMARCK:
·         Lamarck ritiene che le specie si modificano nel tempo;
·        Tutte le specie derivano da un antenato comune;
·         Egli non crede che i caratteri acquisiti vengano trasmessi di generazione in generazione, ma che i cambiamenti sia causati da una “spinta al miglioramento”
CUVIER:
·         Curvier mette in dubbio l’idea dell’armonia della natura, dimostrando che molte specie si sono estinte per sempre.
Darwin effettuò un lungo viaggio, durante il quale esplorò la Patagonia e la terra del fuoco, il Cile, il Perù, ecc.
Egli scoprì così diversi ambienti naturali, con le loro specie viventi. In particolare, rimase colpito dalle isole Galapagos. Qui si trovò di fronte a specie particolarissime: tartarughe giganti, iguana di terra e iguana marine, uccelli vari, ecc. Notò che questi animali, che vivono su isole diverse, ma tutto sommato vicine, presentano caratteristiche diverse tra loro.
Darwin classificò tutte le specie da lui incontrate, utilizzando il sistema di Linneo.
Dai suoi viaggi e dalle sue riflessioni nacquero le seguenti idee:
·         In seguito al ritrovamento di moltissimi fossili egli si convinse che moltissime specie animali e vegetali si estinsero nel corso dei secoli, ma questa estinzione non fu causata da una catastrofe;
·         Molti fossili ritrovati presentavano caratteristiche molto simili a specie animali o vegetali ancora viventi. Egli inizia a pensare che dalle specie estinte si fossero sviluppate specie che seppero adattarsi meglio all’ambiente.
·         Esistono tantissime specie di individui che però hanno caratteristiche diverse tra loro.
Studiando l’allevamento dei piccioni e analizzando le varie “razze” di piccioni selezionate artificialmente dall’uomo, per ottenere specie particolari, più resistenti o più belle, Darwin giunge ad affermare che lo stesso processo avviene anche in natura.
Darwin afferma che la natura sceglie gli animali più adatti all’ambiente in modo automatico, secondo un meccanismo che, però, egli non riusciva a scoprire.
Nel 1838 Darwin ha delle nuove intuizioni:
·         Gli esseri viventi producono molti più figli di quanto gli ambienti naturali non riescano a nutrire
·         L’insufficienza di alimenti e le avversità dell’ambiente, però, limitano queste cifre
·         Questa eliminazione opera la selezione in modo naturale. Per questo Darwin parla di SELEZIONE NATURALE.
Lo studioso sosteneva che gli esseri viventi si riproducono in quantità superiori alle reali possibilità di nutrizione e sopravvivenza. Gli individui, tuttavia, nascono con caratteristiche diverse e le variazioni compaiono in modo casuale. Alcuni mutamenti risultano più adatti alla sopravvivenza. L’ambiente conserva in vita solo gli individui con le variazioni più adatte, gli altri si estinguono. Le modifiche vengono tramandate di generazione in generazione, in quanto gli individui, che presentano caratteri diversi, si incrociano tra loro e questo consente di tramandare ai figli le variazioni migliori di ogni singolo individuo. La selezione favorisce la conservazione dei caratteri più favorevoli, poiché gli individui che non presentano tali caratteri muoiono.
Attraverso queste idee, Darwin giunge a spiegare il perché le giraffe avessero il collo lungo. Nel corso di milioni di anni, infatti, le mutazioni genetiche che portarono alcuni individui ad avere un collo (sempre) più lungo si rivelarono vantaggiose: questi individui potevano raggiungere più facilmente le foglie di alberi alti, il che, in condizioni di scarsità di cibo, determinò un migliore adattamento all'ambiente, rispetto agli individui col collo più corto.
Le giraffe con il collo lungo sopravvissero, mentre quelle col collo corto scomparvero perché:
·         Avevano una migliore capacità di procurarsi il cibo,
·         maggiore probabilità di sopravvivere, di raggiungere l'età della riproduzione e di riprodursi
·         la maggiore probabilità di trasmettere il proprio patrimonio genetico (e quindi la lunghezza del collo) alle generazioni successive.
Inoltre, studiando le differenze nel becco dei vari fringuelli delle Galapagos (becco a “schiaccianoci”, a “pinza”, a “cesoia”….), Darwin ritiene che ogni individuo viene ad avere un suo ruolo nell’economia della natura; cioè gli individui simili si differenziano per poter sopravvivere, per mangiare cibi diversi,ecc.
Per spiegare meglio questo concetto, Darwin cita l’esempio delle iguane delle Galapagos.
Le iguane marine e quelle terrestri sono due specie simili. Darwin spiega così le differenze.
·         In primo luogo le iguane sono originarie delle foreste del Sud America; per qualche motivo un gruppo di iguane è giunto nelle isole delle Galapagos.
·         Inizialmente le iguane erano verdi; alcune iguane però nacquero con un colore più scuro… risultando + mimetizzate con il terreno delle Galapagos (per questo non venivano mangiate dagli uccelli) e riuscirono a sopravvivere.
·         Il cibo sull’isola iniziò a scarseggiare per questi individui; ancora una volta “il caso” va in aiuto di alcune iguane. Alcune nacquero con maggiore resistenza al nuoto e cominciarono a cercare cibo in acqua (le alghe).
·         Le iguane nuotatrici ebbero successo e occuparono una nuova nicchia ecologica.
È per questo motivo che si svilupparono due specie di iguane: quelle terrestri, che occupavano la nicchia ecologica del terreno e quelle marine, che occupavano la nicchia ecologica del mare.

martedì 17 settembre 2013

LA NASCITA DELLA SCIENZA: alcune informazioni fondamentali.


Verso la fine del 1500, Galileo Galilei insegnava astronomia all'Università di Padova.
Oltre a questa attività, però, dato che era molto affascinato dal lavoro degli artigiani che lavoravano presso l'arsenale di Venezia, creò anche un piccolo laboratorio nella sua abitazione in cui chiamò a lavorare un artigiano specializzato, di nome Marcantonio Mazzoleni. Grazie al suo aiuto, Galilei riuscì a costruire delle lenti di ingrandimento di diverse forme e dimensioni.  
Il suo obiettivo era di riuscire a costruire un attrezzo che permettesse di vedere cose che l’uomo non era mai riuscito a vedere. Fu così che Galilei e Mazzoleni inventarono il cannocchiale. Grazie a questo strumento Galilei iniziò a studiare le stelle. 
Le scoperte che fece furono importantissime. Scoprì che il pianeta giove aveva dei satelliti, così come la terra aveva la luna. Le sue intuizioni rivoluzionarono le conoscenze scientifiche e diedero inizio alla cosiddetta scienza moderna.
Per capire la grande novità delle scoperte di Galileo, dobbiamo prima conoscere le idee che erano diffuse nell’Europa, all’inizio del 1600.
All’inizio del 1600 si credeva che l’universo fosse come lo aveva descritto Aristotele 2000 anni prima. Le idee di Aristotele, inoltre, erano state confermate da un altro studioso (nel 300 d. C.), di nome Tolomeo.
Secondo questi due studiosi:
1)      La terra si trovava al centro dell’universo;
2)      L’universo era formato da 9 sfere;
3)      Le sfere erano fatte di cristallo e ruotavano una dentro all’altra;
4)      Le sfere sono tutte racchiuse nell’ultima sfera, la più esterna, detta Divina Armonia.
5)      La sfera della luna, che è la più vicina alla sfera terrestre, divide il modo sublunare (in cui sta la terra) dal mondo delle sfere celesti (dove si trovano tutti i pianeti).
6)      Il mondo sublunare e il modo celeste erano regolati da leggi completamente diverse.
Oltre alle teorie di Aristotele e Tolomeo, la nuova scienza di Galileo dovette fare i conti con i pregiudizi e le superstizioni che derivavano dal periodo del medioevo:
-        La fede cristiana riteneva una verità assoluta l’idea che la terra fosse posta al centro dell’universo (in quanto era la cosa più importante creata da Dio);
-        Gli astrologi ritenevano che le stelle e i pianeti potessero influire sulla vita e il destino degli uomini, ecc.;
-        Tutti gli studiosi ed i religiosi ritenevano che la terra fosse il regno dell’imperfezione, mentre la perfezione si trovava solo nel modo celeste.

IL METODO DI GALILEO
Galileo parte da un’intuizione e da qui elabora una teoria. Per lui non è vero che la natura è imperfetta, ma è regolata da “leggi” regolari, che possono essere osservate e studiate attraverso la matematica e la geometria. Con i suoi esperimenti Galileo scoprì che la terra non era imperfetta, ma era regolata da leggi precise, inoltre, intuì che tutti i fenomeni naturali potessero essere misurati ed espressi con formule matematiche.
Galileo inizia a porsi delle domande che mai nessuno si era posto. Ad esempio, non si domandò più “Perché un sasso cade a terra?”, ma si chiese “Come fa un sasso a cadere?”.
Galileo iniziò a fare degli esperimenti. Si recò presso la torre di Pisa e iniziò a lanciare oggetti dalla cima, per studiare come gli oggetti cadessero a terra. Scoprì che oggetti uguali, ma di peso diverso, cadono con la stessa velocità (cioè una sfera di piombo non cade più velocemente di una sfera di legno. Le due sfere cadono insieme).
In realtà le idee di Aristotele e Tolomeo erano già state messe in discussione da Nicola Copernico a metà del 1500. Questo studioso polacco, ad esempio, aveva già affermato che non era vero che la terra era al centro dell’universo! Al centro dell’universo, per lui, c’era il SOLE.
Le teorie di Copernico, però, erano poco note e chi le aveva studiate, le riteneva una pura invenzione! Galilei conosceva benissimo le teorie di Copernico e grazie al cannocchiale riuscì a dimostrarle e a farle vedere a tutti. La Chiesa cercò di impedire la diffusione delle teorie di Galilei, ma, anche se lo costrinse a dichiarare false tutte le sue teorie, non poté fermare la rivoluzione che aveva già avuto inizio.